India - Normativa societaria

 

L’India ha approvato, nell’agosto 2013, la legge di riforma del Diritto societario. Il nuovo Company Act 2013 sostituisce il precedente Company Act del 1956. In data 26 marzo 2014, sono state introdotte ulteriori modifiche alla legge, attraverso l’inserimento di 183 nuove sezioni che sono già entrate in vigore a partire dal primo aprile 2014.
Le principali novità sono contenute nella sezione 149 nel capitolo XI: sostanzialmente, la normativa prevede ora l’obbligo, per le aziende straniere operanti nel Subcontinente, di avere all’interno del proprio Consiglio di Amministrazione almeno un amministratore la cui permanenza in India sia non inferiore ai 182 giorni, nel corso del precedente anno civile; in tal maniera, sarà più facile per il Cda monitorare la gestione della società in maniera regolare e continuativa. Teoricamente, tale normativa dovrebbe favorire la nomina di amministratori di origine locale, dato che fino ad ora le aziende hanno sempre avuto, in linea generale, la consuetudine di nominare amministratori stranieri.
Le aziende che abbiano iniziato le proprie operazioni in India prima dell’entrata in vigore della presente legge, devono conformarsi ai requisiti e alle disposizioni presenti nella nuova legge entro un anno di tempo.

Sono state, inoltre, apportato ulteriori modifiche riguardanti la comunicazione degli estremi di ogni singola azienda all’interno delle documentazioni ufficiali inviate e degli strumenti finanziari utilizzati. Anche tali disposizioni, inserite nella sezione 12 del Companies Act, sono entrate in vigore dal primo aprile 2014.
Per “amministratore indipendente” di una società, si intende un amministratore che non abbia il ruolo di amministratore delegato, che non sia un amministratore che operi a tempo pieno o che non sia un amministratore eletto da una organizzazione avente interessi diretti con l’azienda (banca, finanziatore, ecc.).
Nello specifico, i seguenti dati devono essere messi per iscritto all’interno di tutte le lettere di affari, fatture, documenti, carte intestate e su tutti gli avvisi e pubblicazioni ufficiali che vengono veicolate dall’azienda:
  1. Nome della Società;
  2. Indirizzo della sede legale;
  3. Numero CIN (Corporate Identity Number);
  4. Numero di telefono, numero di fax, se necessario;
  5. indirizzo e-mail e sito web, se necessario.
Nel caso in cui il nome dell’azienda fosse stato cambiato nel corso degli ultimi due anni, il vecchio nome o i vecchi nomi devono essere comunque messi per iscritto, assieme al nome attuale, nei documenti sopra menzionati.
Il nome dell’azienda deve essere stampato anche sugli hundies (l’hundi è uno strumento finanziario indiano utilizzato per transazioni commerciali e transazioni creditizie) e sulle cambiali.
Il nome e l'indirizzo della sede legale della Società devono essere dipinti o affissi in inglese e nella lingua locale, al di fuori di ogni ufficio e di ogni luogo di lavoro, indicando anche obbligatoriamente il numero di partita IVA.
Le principali modifiche, entrate in vigore  con il Company Act già a settembre 2013, riguardano:
  • possibilità di costituire società unipersonali
  • Atto costitutivo e Statuto
  • responsabilità sociale d’impresa e norme sugli amministratori
  • processi di Acquisizione e Fusione (M&A)
  • introduzione di norme per una governance più trasparente e la tutela delle minoranze
  • obblighi di pubblicità
  • istituzione di un nuovo Tribunale nazionale per le controversie societarie
  • timido inserimento, che ha provocato notevole scalpore, delle “quote rosa” nei consigli di Amministrazione di alcune tipologie di società.
Molte novità riguardano in special modo le società quotate mentre la maggior parte delle imprese italiane che procedono alla costituzione di società in India utilizzano spesso la figura della “Private Company “ o della “Public Company” non quotata. Pertanto ci si soffermerà principalmente sulle norme riguardanti le summenzionate categorie e/o comunque gli aspetti burocratici rilevanti che spesso costituiscono un faticoso ostacolo da superare per procedere alla costituzione della società.
 
La prima importante novità del Company Act 2013 consiste nell’introduzione nell’ordinamento indiano della figura della società unipersonale, con la denominazione di “One Person Company” (OPC), consentita a persone sia fisiche che giuridiche e che prevede la possibilità che la stessa sia amministrata da un amministratore unico. La OPC assumerà la forma della “Private Limited Company” con responsabilità limitata.
Si rammenta che il Company Act del 1956 prevedeva invece la presenza di almeno due soci, limite che però veniva di fatto aggirato assegnando un limitatissimo numero di quote ad un soggetto (spesso locale o persona fisica anche se di altra nazionalità) e di un numero minimo di due amministratori. È controverso se tale possibilità sia estesa anche a persone o società straniere (il progetto di legge prevedeva espressamente tale possibilità che però è svanita nel testo definitivo) e in proposito bisognerà attendere le norme attuative.
Tuttavia si segnala che le disposizioni sulla OPC prevedono ulteriori restrizioni rispetto al modello classico di Private Company, pertanto è consigliabile attendere le norme di dettaglio prima di procedere all’utilizzo di tale forma societaria.
 
Per quanto riguarda le Private Company, mentre prima era possibile iniziare ad operare con l’ottenimento del “Certificate of Incorporation” ora bisognerà presentare una dichiarazione dei sottoscrittori contenente la dichiarazione di versamento delle quote di conferimento previste dall’Atto costitutivo e soltanto successivamente verrà rilasciato l’ulteriore “Commencement of Business Certificate (CoBC), propedeutico all’inizio dell’attività.
Se tale nuova certificazione costituisce l’ennesimo certificato da ottenere (da sommare alla procedura necessaria all’ottenimento del nome della società, dei codici per gli amministratori c.d. DIN) preme far rilevare come numerosi sono gli ostacoli rimossi, quali ad esempio la previsione di una sede sociale anche durante la fase di costituzione, che è divenuta ora un semplice indirizzo da fornire per la corrispondenza.
È stato innalzato da 50 a 200 il limite massimo di soci per una Private Company e da 20 a 100 per le società di persone (con esclusione di alcune tipologie di società di persone, quali ad esempio le società di avvocati, che sono regolate da leggi speciali e verso le quali il limite non opera).
Per quanto concerne l’Atto Costitutivo e lo Statuto di una società (Article of Association e Memorandum of Association) si segnala, tra le altre, la nuova norma che ha rimosso l’obbligo di indicare obbligatoriamente, oltre all’oggetto principale della società, anche l’elenco degli ”oggetti accidentali o accessori” e la voce ulteriore “altri oggetti”. Data la rigidità delle norme in merito alla modifica dell’oggetto sociale se non previsto in una voce dei succitati elenchi, la prassi utilizzata dagli operatori in funzione della vecchia norma prevedeva infatti un lungo ed eterogeneo elenco che veniva inserito al fine di consentire alla società di poter in futuro operare anche in altri settori diversi dall’oggetto principale.
 
Nonostante la semplificazione, per le società quotate tuttavia la modifica dell’oggetto sociale risulta soggetta a delibera straordinaria e ad ulteriori obblighi di pubblicità.
Ulteriore formalismo in sede di costituzione è la presentazione di una dichiarazione resa dai soci e dai primi amministratori nominati con la quale i soggetti dichiarano l’assenza di condanne penali per reati societari, frode o abuso d’ufficio negli ultimi cinque anni. In caso di dichiarazioni false o mendaci sia la società che il soggetto che ha dichiarato il falso saranno penalmente ritenuti responsabili per frode.
 
Per quanto riguarda invece la Responsabilità sociale d’impresa (RSI) la nuova norma prevede l’obbligo per le società aventi determinate soglie di fatturato, oppure utile netto o ancora patrimonio netto, di destinare il 2% degli utili netti medi degli ultimi 3 anni ad investimenti riguardanti la Responsabilità sociale d’Impresa.
Il Company Act 2013 consente l’ottenimento dello status di “Dormant Company” per una società creata ad hoc (o già esistente) ad esempio per lo sviluppo di un progetto futuro e/o per mantenere assets di diritti di proprietà intellettuale. Lo status di “società dormiente” viene concesso dal ROC (Register of Company).
Tralasciando in questa sede le numerose norme riguardanti le modalità di assunzione delle decisioni, di emissione e trasferimento di azioni, i quorum ed altre disposizioni di tipo tecnico, è opportuno segnalare le modifiche intervenute alla disciplina degli amministratori (e altre figure assimilate).
 
Il Company Act 2013 prevede (diversamente dalla vecchia legge) che almeno un amministratore della società (anche se straniero) debba essere un soggetto che nell’anno precedente alla nomina abbia soggiornato in India per almeno 182 giorni (è opportuno segnalare che non si comprende bene, dalla lettera della norma, se con tale definizione si intenda il requisito della residenza o mero soggiorno).
 
Sempre in tema di amministratori una ulteriore novità riguarda le società quotate, per le quali è previsto che almeno un terzo degli amministratori sia indipendente, così come la previsione che almeno un amministratore sia donna. Tale ultima prescrizione (quote rosa) si applica sicuramente alle Public Company quotate, tuttavia la norma rimanda ad un successivo provvedimento che elencherà le ulteriori tipologie societarie soggette a tale obbligo e prevede un termine di un anno dall’entrata in vigore della legge concesso alle società quotate esistenti per adeguarsi alla norma.
 
Una importante innovazione consiste nella definizione dei ruoli manageriali assimilati agli amministratori, rientranti nella categoria dei “Key Managerial Personnel”; rientrano in tale categoria i ruoli manageriali del CEO, Managing director, CFO e, in chiusura, “qualsiasi altro ruolo prescritto dalla legge”.
 
Una delle probabili conseguenze dell’introduzione di tale definizione (KMP) è, ad esempio, l’estensione delle azioni di responsabilità verso gli amministratori anche a tali figure. Se si aggiunge che nel 2006/2007 in India era stata emanata una legge che tipizzava le condotte passibili di azione di responsabilità, ne deriva che con questo ulteriore intervento la disciplina della responsabilità degli amministratori risulta ora completa e priva di ambiguità sia per quanto concerne i soggetti passibili dell’azione di responsabilità sia in merito alle condotte (commissive e omissive) che possono dar luogo a tali azioni.
 
In tema di processi di acquisizione e fusione (M&A) la riforma è invece intervenuta disciplinando dettagliatamente le regole da seguire e rimuovendo alcuni ostacoli previsti dal vecchio Company Act del 1956. Sarà possibile infatti procedere alla fusione (prima non consentita) di una società indiana con una società straniera, a patto che la società straniera sia residente in un paese rientrante nella lista di Paesi emanata dal Governo (che deve ancora essere pubblicata). Si segnala inoltre che, qualora il progetto di fusione riguardi una fusione tra PMI oppure tra una holding ed una società controllata, il Company Act 2013 prevede delle procedure semplificate e più veloci rispetto alla procedura ordinaria.
 
Importate novità è la previsione di un Tribunale nazionale per le controversie societarie denominato NCLT. Non si comprende se tale innovazione consista nell’istituzione di un nuovo giudice o piuttosto una sezione specializzata, anche se si protende per la seconda ipotesi. Tale Tribunale avrà una composizione mista di giudici ed esperti tecnici, prevederà la possibilità di soluzioni stragiudiziali (Adr e mediazione) in seno al Tribunale stesso ed un doppio grado di giudizio.
Da quanto sinora riportato, nonostante i tempi non siano maturi per poter esprimere un giudizio completo sull’effettiva incisività della riforma, è evidente l’ampia portata delle modifiche intervenute con il Company Act 2013 che, come più volte chiarito dal Legislatore indiano durante il lungo iter di approvazione, si prefigge lo scopo di ravvicinare il diritto societario indiano al diritto dei sistemi giuridici più evoluti, soprattutto di matrice anglosassone.